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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


20 febbraio 2012

Il vago

 

Ho letto e riletto l’intervista a Veltroni, ieri su Repubblica, alla ricerca di una qualche concretezza, di una determinazione, di una cosa, di una proposta discriminante, di un oggetto delimitato e circoscritto. Niente da fare. Al ma-anchismo, che perlomeno lasciava in piedi i due corni del problema e semplicemente li affiancava nella innocua compresenza, subentra una sublime vaghezza, una nebulosità d’intenti, di cui il grande poeta resterebbe ammirato. Sentite.

Il governo Monti è “un’immensa occasione”. Il progetto riformista deve essere “grande”. Del passato non deve tornare “nulla”. Il riformismo è “radicale”, la modernità “equa” (ovviamente Curzio Maltese si è visto bene di indurre l’intervistato a spiegarsi meglio). “Siamo fuori dal Novecento” (dove ‘Novecento’ è un mito a uso politico). Il passaggio storico è “inedito”. Tornano invece le “vecchie” ricette. Non dobbiamo ritornare “al tempo dei partiti” (anche questo è un tempo mitico, che si contrappone all’età dell’oro dei cittadini che scelgono direttamente il governo, senza interferenze del bieco uomo di partito, appunto). Anche il tempo delle sue discussioni con D’Alema è un “tempo passato”. La politica così deve tornare ai “pensieri lunghi”. “Quel piacere e quel diletto – scrive Leopardi nello Zibaldone – è sempre vago e indefinito: l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti”. Appunto.

Nella parola di Veltroni non c’è una coordinata storica, una latitudine, non c’è una-proposta-una che divida conseguentemente colui che formula quella proposta e chi non è d’accordo con essa. L’unica cosa che si capisce nella esemplificazione vetroniana di questa poetica del vago e dell’indeterminato applicata alla politica, è che Veltroni appartiene alla schiera dei “senza-partito” o degli “oltre partito” che rumoreggia in platea o al massimo organizza convegni di cui la stampa riporta soltanto stralci della relazione del Capo. Dopo Monti non si potrà tornare al “tempo dei partiti” dice Veltroni. La politica deve dedicarsi alle grandi missioni, ai pensieri lunghi. Altrimenti trionferanno la tecnocrazia o il populismo. O mettiamo da parte i partiti, dice in pratica Veltroni, o prevarrà una fase senza i partiti (cioè populismo e tecnocrazia). In ogni caso essi debbono sparire. Raus. E lui, difatti, è il primo a volerlo, visto che vorrebbe perpetuare il ‘montismo’ anche sin dopo il 2013.

Sappiamo, tuttavia, quale sia l’alternativa ‘ai partiti’: il ‘contenitore’ sul modello pippobaudo. Dove dentro puoi mettere “di tutto e di più”. Questo ma-anche quello. Un grande e neutro (senza divisioni) comitato elettorale, insomma, che resta in sonno tra un’urna e l’altra, e poi lavora per il consenso al Capo. Oggi però quel modello si emancipa. Il passaggio dal ma-anchismo alla poetica del ‘vago’, sposta i termini del contenuto. Non più questo-e-quello, ma di tutto un po’ mischiato alla cianfraciò, senza nemmeno tanticchia di dialettica (quella la lasciamo ai biechi partiti e alle loro correnti, cribbio). E se una volta nel ‘contenitore’ ci si poteva mettere sia il liberismo sia l’antiliberismo, oggi li tritiamo e li miscoliamo quanto basta nel vago sentore di una proposta indeterminata, e per certi aspetti anche un po’ vile. E scompare il partitocratico principium individuationis, che vigeva sin dalla creazione. È per questo che Veltroni boccia l’idea stessa che si possa parlare ancora di ‘liberismo’ alla maniera socialista. Tempo perso, roba vecchia. Il ‘nuovo’ supera sia il liberismo sia l’antiliberismo in una cosa inedita, un pensiero lungo senza né capo né coda. Una cosa un po’ vaga, e nulla più all'inifinito.

Quando si cerca di andare ‘oltre i partiti’ e tutto diventa un gigantesco mollusco di idee sbarazzine, il fatto che si parli ancora di neoliberismo è del tutto fuorviante. Resta l’ “oltre i partiti”, resta il ‘contenitore’ in primo piano, perché a quest’ultimo spetta il compito di costruire il consenso. E per Veltroni il consenso è tutto. Per parafrasare McLuhan, che diceva che il medium è il messaggio, qui diremmo che il ‘contenitore’ è la politica. E se poi diciamo che il liberismo ha tolto l’anima al mondo e ci ha regalato solo macerie sociali e politiche, Veltroni risponde che stiamo parlando del passato, del vecchio, del Novecento, e che invece a lui “sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei”. La ‘nuovastagione.it’, difatti, era il vecchio sito del nostro caro leopardiano. Come vedete, sull_antonio non si parla mai a sproposito!

Nella foto, Veltroni senza gli occhiali.


13 gennaio 2011

Oggi piddì, domani chissà

 

Federico Rampini, nel suo Occidente estremo, ci racconta della nuova “etica della riparazione” che si fa largo tra gli americani. La spiega come reazione a due fattori essenziali: a) gli oggetti sono divenuti quasi imperscrutabili, irriparabili, inaccessibili, usa e getta, perché nessuno ne sa più nulla e non c’è più una vera e propria categoria di esperti e “riparatori”; b) la tendenza alla flessibilità lavorativa, al generalismo occupazionale, al “faccio-quasiasi-lavoro-purché-mi-paghino” che, sommata alla tipica ambizione a svolgere una professione apicale e intellettuale (che so, il CEO di una multinazionale invece che il venditore di fusaglie), ha, si, alimentato il dinamismo occupazionale, ma ha prodotto in breve anche dei perfetti inetti. L’ “etica della riparazione” spinge invece le persone a recuperare manualità, competenze concrete, tecniche costruttive e quasi artigianali: non solo un hobby, peraltro, ma un effettivo spiraglio culturale e occupazionale. Una specie di piccola rivoluzione.

Ho ripensato al “nuovismo” italiano, tanto in voga oggi in politica. Che è questa idea per cui un pinco pallino qualsiasi possa, senza passare per il “via”, schiantarsi su una poltrona da deputato o consigliere comunale o presidente di azienda o segretario politico e da lì iniziare a “fare politica”, seppure in termini molto naif. La logica è la stessa di quella denunciata da Rampini. Il desiderio di fare un’attività apicale e intellettuale, come il segretario di partito, invece che l’attacchino dei manifesti in sezione. Una certa flessibilità (anche di principio, anche ideale, persino di valori) pur di saltare al momento giusto nella barca che in quel momento ancora galleggia, poi si vedrà. Un certo “generalismo”, per il quale si fa un po’ di tutto ma niente davvero: oggi nella commissione cultura, domani comunicatore, dopodomani nello staff del ministro alle attività forestali, la prossima settimana a bordo piscina, tra un mese alle primarie e poi, chissà, si scala persino la presidenza del consiglio (d’altronde, perché negare la possibilità di sognare, diceva quello?).

Al “blocco” del dinamismo sociale, in Italia, fa dunque da contraltare l’estremo dinamismo delle figure politiche. Nessuno resta mai disoccupato, si salta da un partito all’altro, dalla società civile alla Direzione nazionale, ci si “rinnova” sempre (oggi PIDDI’ domani CHISSA’) e talvolta si è “nuovi” davvero (perché ieri si staccavano i biglietti al cinema e oggi si diventa capi del dipartimento spettacolo). Spesso si sanno molte cose “in generale”, ma nessuna nello specifico. Si chiacchiera come comari, ma non si combina un accidente di niente Insomma, riprendendo il ragionamento di Rampini, anche qui l’effetto è quello di avere prima o poi a che fare con oggetti sconosciuti (politica, partiti, istituzioni, apparati), che nessuno sa più riparare, che nessuno vuole più riparare, che magari sono “vecchi”, novecenteschi si dice, e allora si buttano, così, senza ritegno in un cesso.

La responsabilità disciamolo non può essere, però, di quegli oggetti, poverini, che anzi chiedono attenzione o interesse vero: RIFORME! La colpa è di quegli inetti che li usano a sproposito, che hanno esteso il “nuovismo” a tutto lo scibile, e che non intendono (non sanno) più “riparare” (ossia prendersi davvero cura di) nulla. Anche perché fa più fico seguire le tendenze che studiare. A forza di “nuovo”, “flessibilità”, “società civile”, “popolo viola”, “rottamazioni”, “renzi”, “ciwati”, la politica si è ridotta a malinconica inettitudine. Punto. Peccato che il “riformismo” è, al contrario, una specie di artigianato alto, una finissima opera da “riparatori”, una cosa per cui gli oggetti politici e istituzionali si devono aprire, guardare dentro, per intervenire con ingegno sui meccanismi inceppati. La formula è sempre quella, "specialista+politico", che vuol dire capirci qualcosa ma senza perdere di vista le persone, anzi facendole partecipare il più possibile alle tue scelte.


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permalink | inviato da L_Antonio il 13/1/2011 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 luglio 2010

Leopardiani

 

Dio salvi Nicola Zingaretti, soprattutto in vista della sfida di Roma tra tre anni. E però, se si legge l’intervista concessa all’Espresso un po’ si resta perplessi. Voi sapete quanto l_antonio consideri il “nuovismo” una specie di jattura comunicativo-politica, una terribile ideologia che getta fumo attorno, e magari ti fa apparire un grande timoniere ma poi, a confronto con la durissima realtà, ti confina nello sconforto dell’impotenza politica. Io non sapevo che anche Zingaretti fosse stato attaccato (spero lievemente) da questa patologia. L’ho scoperto prestando attenzione, in particolare, al linguaggio di questa sua intervista: perché è nel linguaggio (e dove sennò?) che le ideologie si ramificano.

Zingaretti attacca un partito, a suo giudizio, ancora troppo conservatore. Concordo sull’esigenza di innovazione e di ricerca, perché l’innovazione è molto sensibile al mondo concreto cui si riferisce, è realistica ed è la vera condizione della trasformazione. “Il Pd – dice invece il Presidente della Provincia di Roma – è nato per affrontare la navigazione in mare aperto”. “Mare aperto”? Ricominciamo con la metafora mezzo-occhettiana datata 1989, l’anno della svolta? O Capitano, mio Capitano? Anche allora, si trattava di decidere tra una sponda e l’altra (compresa quella socialdemocratica, magari per rinnovarla profondamente in un’epoca che forse ancora lo consentiva), e invece non decidemmo, scegliemmo il mare aperto, lo spazio indeterminato e senza riferimenti che si spianava vago e immenso davanti ai reduci del PCI. L’esito è sotto gli occhi di tutti: dopo 20 anni siamo ancora in mare aperto, senza un porto in vista, nemmeno turistico, nemmeno una piccola insenatura naturale in cui prendere un po’ di sole, nemmeno una boa, mentre perdiamo passeggeri e marinai a ogni nodo. Continua poi Zingaretti: serve un “nuovo” centrosinistra, una “nuova” elaborazione culturale, le condizioni sono “nuove”, Obama avrebbe proposto una “storia nuova”, anche la classe dirigente deve essere “nuova”, Vendola è uno capace di “narrare” la verità sulla condizione del Paese, e infine Matteo Renzi (indovinate un po’!) “è una grande risorsa del Pd”. Ecco la patologia nuovista, è come marchiata a fuoco nelle parole.

Io mi domando se sia una specie di congiura. Se la giovane classe dirigente del centrosinistra parli ormai tutta con linguaggio nuovista, perché proprio non se ne può fare a meno, oppure ce ne siano anche taluni che, invece di puntare sulla suggestione e sull’indeterminata vaghezza leopardiana, si impegnino nel dare cifre, produrre dati, analisi, stilare programmi realistici, parlare alle persone in carne e ossa, stabilire una prossimità sociale e indicare vie d’uscite anche nelle interviste pubbliche e non solo nelle riunioni private (sempre che ciò accada). Ovviamente. se ci sono vengano fuori. A noi servono persone che sappiano usare il bisturi con precisione e coraggio nei punti morti della società italiana, proponendo soluzioni, e non semplici suggestioni romanzesche. A noi servono donne e uomini che sappiano leggere le diseguaglianze e ce le sappiano raccontare con dati e cifre; lavorino sul blocco sociale, non lo “narrino”; sappiamo conquistarci con idee forti e proposte efficaci, non con la suggestione di un “nuovo” che non si sa cosa sia o con la vaghezza dell’ermo colle, e della siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. La letteratura resti letteratura, dunque, e la politica resti politica. La confusione dei termini, quando c'è stata, ha prodotto soltanto farse o tragedie, a secondo delle circostanze.

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